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Diritto civile

Riassumiamo la nuova disciplina sui divorzi e separazioni (Legge 6 maggio 2015, n. 55).
La legge interviene con soli tre articoli che apportano i seguenti cambiamenti.

ANTICIPAZIONE DELLA DOMANDA DI DIVORZIO


Si riduce da tre anni a dodici mesi la durata minima del periodo di separazione ininterrotta dei coniugi che legittima la domanda di divorzio;
il termine decorre - come attualmente previsto - dalla comparsa dei coniugi di fronte al presidente del tribunale nella procedura di separazione personale.

Nelle separazioni consensuali, anche in caso di trasformazione da giudiziale in consensuale:

si riduce a sei mesi la durata del periodo di separazione ininterrotta dei coniugi che permette la proposizione della domanda di divorzio;
il termine decorre analogamente dalla comparsa dei coniugi di fronte al presidente del tribunale nella procedura di separazione personale.

I sei mesi decorrono inoltre, pur non essendo specificato nel testo di legge, dalla data certificata nell'accordo di separazione raggiunto a seguito di convenzione di negoziazione assistita da avvocati ovvero dalla data dell'atto contenente l'accordo di separazione concluso innanzi all’ufficiale dello stato civile.

Il grande nodo della riforma ha riguardato la possibilità di eliminare il passaggio obbligato della separazione e arrivare direttamente al divorzio.

La Commissione giustizia del Senato aveva proposto l’aggiunta di un altro comma all’art. 1 del disegno di legge che prevedeva l’inserimento di un nuovo articolo 3 bis della legge n. 898/1970, tramite il quale si dava libero accesso alla domanda di divorzio anche in assenza di separazione legale. Il così detto Divorzio diretto sarebbe stato possibile soltanto per le coppie senza figli minori, figli maggiorenni incapaci o portatori di handicap grave o figli di età inferiore ai ventisei anni economicamente non autosufficienti, mediante un ricorso congiunto presentato esclusivamente all'autorità giudiziaria competente.

Tuttavia in Aula la disposizione non è passata, è stata stralciata dal testo poi tornato all’altro ramo del Parlamento, ed è diventato un autonomo disegno di legge (il n. 1504 bis) ancora pendente con un proprio iter.

SCIOGLIMENTO ANTICIPATO DELLA COMUNIONE LEGALE

La seconda novità riguarda lo scioglimento anticipato della comunione legale.

L’art. 2 modifica l’art. 191 c.c. inserendo un’ulteriore comma che prevede lo scioglimento della comunione legale: in caso di separazione giudiziale, nel momento in cui il presidente del tribunale autorizza i coniugi a vivere separati, in caso di separazione consensuale, dalla data di sottoscrizione del processo verbale di separazione dei coniugi dinanzi al presidente, purché successivamente omologato.

Fino ad oggi la comunione legale si scioglieva con il passaggio in giudicato della sentenza di separazione giudiziale o del decreto di omologa della separazione consensuale.


La modifica legislativa consente pertanto di definire fin da subito i rapporti patrimoniali tra coniugi in regime di comunione legale.

Lo stesso articolo della legge di riforma aggiunge una previsione di natura procedurale secondo cui l’ordinanza con la quale i coniugi sono autorizzati a vivere separati è comunicata all’ufficiale dello stato civile ai fini dell’annotazione dello scioglimento della comunione sull’atto di matrimonio.

APPLICAZIONE DELLA NUOVA LEGGE AI PROCEDIMENTI IN CORSO

L’art. 3 della legge, infine, disciplina la fase transitoria. Le nuove previsioni sulla riduzione dei tempi di proposizione della domanda di divorzio e di anticipazione dello scioglimento della comunione legale, si applicano alle domande di divorzio proposte dopo l’entrata in vigore della legge, anche quando sia pendente a tale data il procedimento di separazione personale che è presupposto della domanda.


Usurarietà del tasso

Con ordinanza del 19 ottobre 2015, il Tribunale di Bari affronta uno  degli argomenti attualmente più dibattuti in materia  bancaria,  ribadendo  la necessità di computare, ai fini della verifica  dell’usurarietà del tasso, anche la penale di estinzione anticipata  oltre al tasso di mora. E ciò in virtù dell’art. 644 c.p. e della  sentenza della Cassazione n. 350 del 9 gennaio 2013.
Ebbene l'ordinanza citata statuisce che “ai fini della verifica della usurarietà del tasso convenuto  nel contratto di mutuo deve tenersi conto non solo del tasso di  interessi convenuto ma anche di tutti gli altri costi previsti in  contratto, sia quelli certi (come le spese di istruttoria e quelle per  l’assicurazione dell’immobile o degli immobili concessi in garanzia) che  quelli eventuali quali possono essere gli interessi moratori (dovuti in  caso di inadempimento nel pagamento delle rate di mutuo) e la  commissione per estinzione anticipata». Bisogna pertanto «cumulare gli  interessi moratori con la commissione anticipata».
 Tale ordinanza precisa inoltre che il calcolo va effettuato con  riferimento al capitale concesso a mutuo, dovendosi avere riguardo al  momento in cui le condizioni contrattuali del mutuo vengono pattuite,  così come prescrive la legge, considerato anche che in ipotesi ben può  accadere che l’estinzione anticipata venga richiesta a distanza di  qualche giorno.
Pertanto, nel caso specifico, il Tribunale di  Bari ha accolto la domanda di sospensione della procedura esecutiva  attivata nei confronti del mutuatario. L’usurarietà del tasso convenuto  “dato dalla sommatoria del tasso convenzionale, di quello di mora, delle  spese di istruttoria e di assicurazione, nonché dell’1,50% per  estinzione anticipata”, infatti, determina la gratuità del mutuo ai  sensi dell’art. 1815, comma 2, c.c.. e pertanto, “alla data in cui è  stato intimato il precetto l’opponente aveva pagato una somma superiore a  quella dovuta per le rate scadute della sola sorte capitale sicché il  credito azionato in via esecutiva è privo del requisito dell’esigibilità  atteso che la Banca opposta non poteva avvalersi della clausola  risolutiva espressa non essendosi verificato alcun inadempimento  dell’opposta al pagamento di quanto dovuto fino a quel momento per sorte  capitale”

Tassazione della sosta nei centri urbani

Argomento ultimamente interessante e comune è quello della tassazione della sosta nei centri urbani.
Come è noto è prevista da tempo l'onerosità dei parcheggi in zone del centro città o comunque in località turistiche.
La questione è interessante non tanto dal punto di vista giuridico ma piuttosto dal punto di vista pratico essendo pacifico che l'esperienza del parcheggio nelle cosidette "strisce blu" interessa ciascuno di noi quotidianamente e vede spesso una situazione di squilibrio fra la P.A. e il cittadino non sempre informato su alcun i aspetti rilevanti.
La circolare del Ministero dei Trasporti che pubblico in stralcio ha la funzione di chiarire un aspetto comunque evidenziabile da una lettura attenta del testo dell'art. 157 comma 6 del codice della strada e, a mio parere, rappresenta un richiamo alle P.A. di osservare il più possibile i principi di trasparenza ed informazione.
Pertanto, volendo sintetizzare quanto ci dice il Ministero, è questo il punto.
Se il Comune non mi segnala con apposita cartellonistica verticale che per specifiche e precise fasce orare la sosta è a pagamento, l'eventuale parcheggio protratto oltre il periodo di tempo coperto dal biglietto esposto (un vero e proprio contratto per iscritto), non mi potrà essere sanzionato ai sensi del citato articolo come se si trattase di inadempimento.
Potrà essere lamentato l'inesatto adempimento e chiesta la differenza del servizio goduta fino al momento dell'eventuale controllo degli addetti.
Attenzione quindi: in presenza della indicazione della tariffa oraria e della fascia oraria di applicabilità della sosta a pagamento, il protrarsi della sosta oltre il limite è violazione dell'art. 157 comma 6, non potendosi invocare la direttiva del Ministero dei Trasporti.
D'altra parte lo stesso art. 157 comma 6 si riferisce al caso della sosta a tempo limitato: il Ministero non fa altro che richiamare gli enti locali sull'obbligo di informare e rendere visibili  i limiti temporali dei servizi a pagamento, nonchè ad invitare il cittadino a verificare l'osservanza di tali obblighi informativi.
Quindi, non cavalchiamo l'onda emotiva di interpretazioni populistiche di certi interventi pubblici che vano letti con attenzione...non è vero che in ogni caso la sosta oltre i termini mi costerebbe la differenza non pagata perchè così si dice in giro..
preoccupiamoci di verificare sempre che ci sia ogni informazione per il tramite della cartellonistica stradale..in assenza allora sarà esatto, giusto  e corretto ricorrere.
E questo ce lo ricorda anche il Ministero che è ulteriormente intervenuto a precisare il proprio pensiero.



Apparecchiature autovelox

La Corte Costituzionale con la sentenza n.113 /2015 ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 45, comma 6, del Codice della Strada nella parte in cui non prevede che tutte le apparecchiature autovelox siano sottoposte a verifiche periodiche di funzionalità e taratura.
Il passo per la proposizione dei ricorsi diretti all’ottenimento dell’annullamento dei verbali prodotti dagli autovelox non sottoposti a verifiche e tarature è breve.
E’ il Comune a dovere provare l’avvenuta manutenzione sugli apparecchi e la data dell’ultima taratura.
Sulla questione è di recente intervenuto il Ministero degli Interni che, con la circolare del n. 300/A/4745/15/144/5/20/5 del 26 giugno 2015, ha chiarito la portata degli effetti della sentenza sulla Corte Costituzionale distinguendo gli apparecchi ad oggi in uso.
Precisa il Viminale che per le apparecchiature di controllo denominate Tutor, Vergilius ed Autovelox la sentenza della Corte Costituzionale non richiede particolari adeguamenti, essendo i detti strumenti sottoposti a verifica iniziale e periodica.  
I dispositivi denominati Telelaser e Provida, invece, per i quali i costruttori o i decreti di approvazione non hanno previsto alcuna verifica periodica di funzionalità, nel rispetto dei principi enunciati dalla Corte Costituzionale, non potranno più essere utilizzati fintanto che non verranno sottoposti ad opportuna verifica tecnica. (vedi art. su Altalex, 2 luglio 2015).
Alla luce della sentenza della Corte Costituzionale e delle indicazioni fornite dal Viminale, è bene, leggere con attenzione i verbali e verificare il tipo di apparecchio utilizzato.
Se nulla è riportato sul verbale, si dovranno richiedere all’autorità che ha emanato la multa  adeguate informazioni sul tipo di apparecchio utilizzato, sull’avvenuta manutenzione e sulla data dell’ultima taratura.
Se l’autorità competente non è in grado di fornire le informazioni richieste sulla manutenzione e sulla taratura periodica dell’apparecchio usato per la comminazione della sanzione, si potrà impugnare il verbale per ottenerne l’annullamento.



 
Nella cessione d'azienda l'acquirente è responsabile per i debiti tributari derivanti dall’operazione solo se il fisco ha tentato la preventiva escussione del venditore. L'amministrazione ha inoltre l'obbligo di notificare all'acquirente ogni atto dell'accertamento per consentirgli una difesa adeguata.

 
Ciò è quanto emerge da una recente sentenza della Commissione Tributaria Regionale di Milano, Sez. Staccata di Brescia (si veda Sentenza n.2142/66/15 del 30/03/2015, dep. 18/05/2015, Presidente Dott. Evangelista), la quale appunto evidenzia due importanti principi in merito alla cessione d'azienda, ossia da un lato afferma che l'acquirente risponde solidalmente con il venditore solo se prima l'amministrazione Finanziaria ha tentato infruttuosamente il recupero dei tributi dal venditore stesso e, dall'altro, sancisce l’obbligo per il Fisco di notificare ogni accertamento anche all’acquirente al fine di consentirgli una tempestiva difensiva.
 
Nel caso di specie, infatti, la società acquirente rileva da altra società un'azienda operante nel settore dei supermercati. Il pagamento, avvenuto in modo rateale, si concludeva nel 2009 perfezionandosi, in tale momento, anche il trasferimento dell'azienda stessa. Successivamente al 2009 Equitalia notificava alla società acquirente, in qualità di responsabile in solido con la venditrice, due cartelle di pagamento. A seguito di tale notifica l'acquirente presentava ricorso contro i predetti atti. La contribuente, vedendosi respinto il ricorso dal Giudice di primo grado, appellava la decisione avanti alla Commissione Tributaria Regionale che invece accoglieva il ricorso.
 
I giudici di secondo grado finalmente affermano che “il cessionario risponde in solido fatto salvo il beneficio della preventiva escussione del cedente entro i limiti del valore dell'azienda per il pagamento delle imposte e delle sanzioni riferibili alle violazioni commesse nell'anno in cui è avvenuta la cessione e nei due anni precedenti, nonché per quelle già irrogate e contestate nel medesimo periodo anche se riferite a violazioni commesse in epoca precedente” riconoscendo così una sorta di responsabilità solidale ridotta ancorata alla preventiva escussione del venditore.
 
Non solo, la Commissione Tributaria Lombarda, allineandosi al principio affermato dalla Corte di Cassazione che riconosce nell'atto principale di accertamento, l'unico atto idoneo a garantire un corretto rapporto tra Ufficio e contribuente in sede di contenzioso, chiarisce che “l'Ufficio avrebbe dovuto notificare l'atto prodromico (ossia l’accertamento principale) anche alla contribuente (ossia all’acquirente) per consentire di verificare che il cedente abbia adottato tutte le strategie necessarie ….”, affermando implicitamente che se il Fisco  vuole far scattare la responsabilità solidale del cessionario ogni atto tributario notificato al venditore deve necessariamente essere notificato anche all'acquirente in modo da consentirgli di tutelarsi sin da subito nel processo.
 
Si può quindi affermare –  come sottolineano gli stessi giudici – che fino a quando non si è tentato il recupero del credito nei confronti del venditore, nulla deve essere richiesto all'acquirente “perché in quel momento non esiste responsabilità solidale”.
 
Questa pronuncia rappresenta un importante precedente che chiarisce la responsabilità dell'acquirente circa i debiti tributari derivanti dall’operazione di cessione d'azienda.

 
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